News
Archivio

25 aprile: Contro i deliri diffamatori di Stefano Benedetti e l’uso elettorale delle falsificazioni della storia


La grande nostalgia del ritorno

1 - Premessa. La violenza del fascismo e della guerra non era un pranzo di gala

2 - Il comunicato di Benedetti
        25 Aprile: una celebrazione da abolire
        A.N.P.I. : un’associazione da chiudere

3 - Clonato dal fascismo

4 - Contro le falsificazioni storiche




1 - Premessa.

La violenza del fascismo e della guerra non era un pranzo di gala

Il consigliere Benedetti ha messo in circolazione un comunicato delirante (vedilo qui sotto) contro le celebrazioni del 25 aprile e contro l’Anpi dai contenuti diffamatori e calunniosi, dimostrando, tra l’altro, anche un’assoluta incompetenza istituzionale dato che crede di potere abolire, se fosse eletto sindaco, la festa del 25 aprile e di poter chiudere tutte le sezioni dell’Anpi. Si metta l’animo in pace, se non rinasce il fascismo queste cose non le potrà mai fare, anche se avendole dette dimostra da che parte stia.  Anche le sue conoscenze storiche (si fa per dire) dell’argomento sono meno che manchevoli, limitandosi a ripetere chiacchiere calunniose da bar di periferia. Non varrebbe la pena di prenderle neanche in considerazione, data la loro inconsistenza e superficialità, se non fosse che si tratta di pregiudizi diffusi nell’opinione media comune e qualunquista: le responsabilità delle violenze e delle forme di giustizia sommaria contro i fascisti, durante la lotta partigiana e immediatamente dopo la fine della seconda guerra mondiale,  sarebbero  da attribuirsi esclusivamente ai perfidi partigiani comunisti che volevano, totalitariamente, fare la rivoluzione.  E sarebbero loro e le sinistre che hanno impedito e impediscono di giungere a una effettiva pacificazione (?) delle due parti, che dovrebbe passare attraverso il reciproco riconoscimento e l’equiparazione tra combattenti saloini e partigiani e tra violenze fasciste e violenze partigiane.
Ho messo assieme alcune considerazioni di risposta  che pubblico qui subito dopo il testo del comunicato di Benedetti, ma mi sono reso conto, buttandole giù, che il vittimismo fascista e di Benedetti che continua a sfornare gli stessi elenchi di morti fascisti da decenni, avrebbe bisogno di una risposta storica che sfati almeno tre pregiudizi fascisti che vogliono screditare la resistenza: il primo che la resistenza sia quasi esclusivamente comunista e di sinistra, quando invece fu anche democristiana, anarchica, repubblicana, socialista, liberale, dei renitenti alla leva, dei militari che non aderirono a Salò, dei preti e delle suore che nascosero ebrei e ricercati, della gente comune che solidarizzava con i combattenti e gli dava accoglienza, cibo, nascondigli, vestiti. Il secondo pregiudizio, conseguenza del primo,  è che le violenze e le forme di giustizia sommaria che si verificarono immediatamente dopo la Liberazione nei confronti dei fascisti fossero anche queste quasi esclusivamente comuniste (la regione in cui questo tipo di violenze fu quantitativamente maggiore, fu il democristiano e, resistenzialmente, autonomo Piemonte. Il terzo dei pregiudizi da sfatare è che a causa sempre dei comunisti e delle sinistre, cioè anche di socialisti e giellini, la violenza postliberazione  avrebbe avuto uno sviluppo maggiore in Italia, rispetto al resto dell’Europa.  Anche in questo caso si tratta di un falso. L’Italia, al contrario, con i comunisti al ministero della giustizia, varò la prima amnistia nei confronti dei crimini del ventennio e della guerra al servizio dei nazisti, già nel ‘46  e istituì processi contro i fascisti, i criminali di guerra e i repubblichini di gran lunga meno numerosi di quanto avvenne nel resto dell’Europa, dalla Francia al Belgio, all’Olanda eccetera, fu quella che emise meno condanne  a morte e ne eseguì egualmente il numero minore.  Ma avendo scritto di queste cose, in altri tempi,  per occasioni simili a questa del comunicato di Benedetti, sull’“Ecoapuano”, ho ripreso da questo, parti di diversi articoli che vanno dal 1996 al ’98 e li pubblico in coda a queste note, con qualche aggiustamento. Trattandosi di testi scritti in tempi diversi, ci sono delle ripetizioni che ho lasciato, dovendo altrimenti, per eliminarle, riscriverli completamente.  Mi scuso per questo e la lunghezza che non è da facebook, ma attualmente non sono attivi né il sito dell’ecoapuano né quello di trentadue.


2 - Il comunicato di Benedetti

 25 APRILE : UNA CELEBRAZIONE DA ABOLIRE
A.N.P.I. :        UN'ASSOCIAZIONE DA CHIUDERE
Sono decisamente convinto che la festa del 25 aprile non debba essere più celebrata a livello istituzionale, poichè negli ultimi anni è aumentato il divario tra le opinioni diverse soprattutto nei giovani e quando diventerò Sindaco di Massa, eliminerò immediatamente la festa dal calendario e nel contempo chiuderò tutte le sezioni Anpi, oltre, naturalmente, all'impegno di non finanziare più nessuna associazione che vive come un parassita con i denari pubblici.  Solo nella nostra città, l' Anpi, i finanziamenti ad associazioni varie, patrocinii e iniziative legate alla resistenza e alla liberazione, ci sono costate negli ultimi  una cifra vicina al milione di euro e sono soldi dei cittadini, anche di coloro che non condividono le teorie della sinistra sui partigiani e sulla liberazione. La sinistra in Italia, sponsorizzata dall' Anpi, ha da sempre negato l'avvio di un percorso di pacificazione nazionale e le notizie di gravi fatti ed eccidi compiuti dai partigiani soprattutto a guerra finita, ha finalmente aperto gli occhi alle nuove generazioni, che respingono da una parte le logiche dell' antifascismo militante e dall' altra iniziano a guardare i partigiani con un occhio di sospetto e non più come gli eroi che ci sono stati sempre presentati. Ma, soprattutto, è caduto il loro mito, poichè ormai è chiaro a tutti che a liberare l'Italia dal nazifascismo sono stati gli alleati americani e non i partigiani impegnati solo a macchiarsi di crimini efferati. La vittoria e la libertà furono conquistate dai giovani americani che a migliaia sono caduti sul fronte italiano e dai militari della Brigata Ebraica che proprio domani una sinistra poco intelligente vuole perfino escludere dalle celebrazioni. Per quanto sopra, informo la popolazione che è stato costituito un gruppo di lavoro coadiuvato dall' Associazione " Massa Città Nuova", che avrà il compito di ricostruire la storia della nostra provincia per accertare i fatti avvenuti tra il 1944 e il 1945, soprattutto quelli fino ad oggi oscuri, che hanno segnato la morte di  fascisti e parenti, ma anche di persone che pur non essendo state schierate sono scomparse o state massacrate dai partigiani.      Massa, li 24 aprile 2015
IL CONSIGLIERE COMUNALE
STEFANO BENEDETTI




3 - Clonato dal fascismo

La guerra è terribile e solo chi non l’ha vista, come diceva Erasmo da Rotterdam, può crederla bella e nobile e parlarne con leggerezza. E se si fa la guerra, anche se si è un popolo di eroi e di navigatori, è difficile non fare e subire violenze. Per quel che riguarda la seconda guerra mondiale, le responsabilità sono, per il nostro paese, del fascismo cioè di chi l’ha voluta fare,  ha educato e formato alla violenza i giovani italiani, ad essere guerrieri per conquistarsi dei posti al sole e fare l’impero, per aggredire la Grecia e la Russia, dopo aver devastato la Libia, invaso l’Etiopia e aver colpito alle spalle la Francia. I bambini fin dalle elementari portavano una divisa e facevano esercitazioni paramilitari, marciavano, si mettevano sull’attenti per il saluto alla bandiera, e roba di questo genere... con dei fucilini di legno. Erano i primi passi dell’educazione alla mentalità della violenza.
Quando la guerra diventa anche guerra civile, la pratica diretta della violenza dà i suoi frutti più tragici, ma alla fine della guerra c’è chi, oppresso e vittima, per 25 anni dalla dittatura, non si ferma e crede di doverla continuare, di dover ristabilire la giustizia, perchè le istituzioni non hanno intenzione di farlo seriamente, e arrivano  a inventarsi gli armadi della vergogna per perdere la memoria anche dei responsabili delle stragi indiscriminate di civili, donne vecchi, bambini e neonati. E c’è chi vorrebbe anche vendicarsi, sentimenti non propriamente nobili e giustificabili, ma comprensibili:
La violenza non può cessare da un giorno all’altro, per decreto, perché appunto è stata alimentata da  anni di pratiche violente e di educazione che non possono essere cancellate facilmente. E’ tragico, ma purtroppo è quanto è avvenuto ed era nella logica delle cose.
Ma mentre per i fascisti eccessi e violenze indiscriminate erano la regola, il loro sistema di dominio di un territorio (basta pensare alle rappresaglie e ai loro centri di tortura, presenti in ogni città), e faceva parte dei loro programmi il terrorismo sistematico delle stragi nei confronti anche, se non soprattutto, della popolazione civile, per i partigiani furono l’eccezione e la deviazione dalle loro regole, perchè, a differenza dei fascisti che lottavano per la dittatura, la disuguaglianza, il razzismo, lo schiavismo, l’intolleranza, i resistenti volevano riscattare il popolo italiano dall’oppressione del ventennio, conquistare il diritto all’autodeteminazione del popolo italiano e gettare le basi della società futura di eguaglianza, giustizia, tolleranza, libertà, democrazia. e convivenza pacifica
Vendette e giustizia sommaria, al momento della liberazione e dopo la fine della guerra, furono perciò il prodotto ultimo, terribile, spontaneo e non programmato dalla Resistenza, anche se prevedibile e inevitabile, dello scatenamento della guerra e dei suoi insegnamenti disumani. Nel caos del passaggio dalla guerra alla pace, l’individualismo, le passioni, i desideri di vendetta e di giustizia fai da te, si scatenano spontaneamente. Ma la violenza delle vittime che si liberano e perfino quella delle vittime che, una volta liberate, ricorrono, “ingiustamente”, a farsi giustizia da sé, va imputata, a chi ha trascinato le vittime in questa palestra di violenza quale è stata la lunga, terribile seconda guerra mondiale
In altre parole, non è lecito dimenticare la storia e le vicende che hanno portato a questi strascichi tragici della guerra e non c’è nessuna possibilità di assolvere dai crimini compiuti il fascismo e il nazismo, equiparando le violenze dell’una e dell’altra parte e facendo elenchi di fascisti uccisi dai partigiani, da contrapporre a  quelli dei partigiani e degli antifascisti uccisi dai fascisti e dai nazisti e delle vittime delle stragi e delle rappresaglie, dei  deportati in campi di concentramento e sterminio. Anche senza dover scomodare il ricordo di Auschwitz e della “Soluzione finale” la sproporzione delle vittime tra l’una e l’altra parte resta incommensurabile.
Il giudizio storico su quel periodo ormai è stato dato, si potranno approfondire le analisi, modificare i dettagli, trovare altri torti e ragioni, altre vittime innocenti e altre violenze sin qui rimaste nascoste, ma la condanna di nazismo e fascismo è definitiva.
Benedetti, col tono di chi “Te lo faccio vedere io cos’è la storia di quei tempi” annuncia la costituzione  di un gruppo di studio col “compito di ricostruire la storia della nostra provincia per accertare i fatti avvenuti tra il 1944 e il 1945, soprattutto quelli fino ad oggi oscuri, che hanno segnato la morte di  fascisti e parenti, ma anche di persone che pur non essendo state schierate sono scomparse o state massacrate dai partigiani”. Ben venga, anche se non so cosa potrà scoprire di veramente nuovo, ma studiare la storia fa sempre bene, nonostante il partito di Benedetti, abbia proposto a suo tempo di abolire l’insegnamento nelle scuole di quella del ‘900, purchè non si dimentichino i ben più gravi “fatti oscuri” delle responsabilità e della partecipazione attiva dei fascisti alla imposizione della dittatura a Massa e a Carrara. Non si possono, per costruirsi una storia ad uso delle proprie ideologie reazionarie, fasciste e postfasciste, mettere da parte i perseguitati dal regime in questo territorio, l’occupazione nazista appoggiata dai fascisti locali, la loro partecipazione alle stragi di Sant’Anna, Vinca, Bergiola, Gragnola, Monzone, Mommio, ecc., ecc., i rastrellamenti e le fucilazioni di partigiani e civili, e ancora Forno e le Fosse del Frigido e tutti i fatti di questa zona“avvenuti tra il 1944 e il 1945 che hanno segnato la morte di antifascisti, partigiani e parenti, ma anche di persone che pur non essendo schierate sono scomparse o state massacrate”  dai saloini e dalle brigate nere. Per esempio, la Brigata nera di Apuania, costituita in gran parte da fascisti locali, ha una lunga storia di responsabilità ed efferatezze dirette nelle stragi di Vinca, Bergiola, Monzone, Mommio, San Terenzo, nei rastrellamenti e nelle rappresaglie contro la popolazione civile, prima qui e poi in Piemonte. Pur se processata a Perugia nel 1950, molti lati oscuri delle sue attività criminali sono ancora da ricostruire adeguatamente. Magari nuovi studi, se non potranno cambiare il giudizio definitivo sui suoi crimini, potrebbero far luce sulle troppe oscurità rimaste, incrociando i dati che la riguardano con altri ricavabili da qualche armadio della vergogna chiuso in quegli anni per oscurare e cancellare la memoria della barbarie dei nazifascisti.



4 - Contro le falsificazioni della storia*

Non si esce dalla violenza per decreto
Non si esce pacificamente e serenamente, da un giorno all’altro, ma solo con grandi difficoltà e strascichi dolorosi e orribili, da 5 anni di guerra mondiale, da due anni di occupazione nazifascista, dalle violenze e torture della Repubblica di Salò e dei nazisti, da 20 mesi di resistenza popolare armata, da altri anni di guerra ininterrotta in Libia, in Etiopia e in Spagna. E non basta l’annuncio della fine della guerra per liberarsi dagli incubi del razzismo e dell’antisemitismo, o dall’orrore delle centinaia di campi di concentramento in Italia e fuori, dell’occupazione, delle stragi, dei bombardamenti, delle rappresaglie compiute dall’esercito italiano e dai fascisti in  Africa, Albania, in Grecia, in Slovenia, in Croazia, in Kossovo, nel Montenegro contro civili inermi, bambini, malati, partigiani, donne incinte, vecchi, ecc.
Ed è comprensibile l’ansia di giustizia drastica di tanti nei confronti di una sanguinaria dittatura ultra ventennale, affermatasi con lo squadrismo, con le devastazioni delle sedi dei sindacati, delle cooperative e dei partiti, con gli assassinii e l’umiliazione degli avversari politici, con la soppressione della libertà di stampa, di espressione e opinione, di associazione, con i tribunali speciali, la carcerazione di chi dissentiva, il confino, l’uccisione degli avversari politici anche all’estero, ecc.
Come è inevitabile che resti, sedimentato e attivo, nella coscienza di tanti, l’indottrinamento alla guerra, al militarismo, alla violenza, al diritto del più forte e all’obbedienza acritica dei sabati fascisti, delle esercitazioni premilitari, dell’ONB, dei GUF, a cui erano state sottoposte intensivamente le generazioni più giovani da parte del regime.

La guerra continua
Per molti, la guerra, anche dopo il 25 aprile ‘45, continua, perchè la violenza subita prima e poi praticata è spesso diventata abitudine mentale e morale, disadattamento permanente e non è facile “riconvertirsi” alla pace. Specie se dopo la guerra, che è stata anche guerra civile (non solo in Italia, ma in gran parte d’Europa), guerra sociale e di classe,  a chi viene smobilitato si offrono miseria, fame, mancanza di generi di prima necessità, disoccupazione, salari miserabili, emigrazione ed esclusione dalla partecipazione politica. Mentre le istituzioni postbelliche, rimaste in mano a chi aveva promosso e collaborato col fascismo, con la monarchia, con Salò e con i nazisti non si curano di quell’ansia di giustizia che le vittime del fascismo, del nazismo, del collaborazionismo e del militarismo sentono.
Ad aggravare la situazione italiana anche la sconfitta militare, solo parzialmente riscattata dalla Resistenza. Il paese è in mano a vincitori impegnati a imporre il loro nuovo ordine mondiale, che non coincide con le speranze e la volontà di partecipazione di chi ha sostenuto il peso della guerra di liberazione.

Violenza selvaggia in Europa
Tutte le guerre, insomma, anche dove servono ad abbattere dittature, lasciano dietro di sé un clima di violenza, attese di risarcimenti, di giustizia e di rivolgimenti sociali, voglia di vendette, fenomeni di reducismo e disadattamento duraturi.
Sono fenomeni che l’Europa aveva già vissuto alla fine della Prima guerra mondiale e che si ripresentano in modo più intenso e tragico dopo la Seconda. Era pressoché inevitabile che, nel ‘45 e ‘46, ci fosse, in Italia, un lungo strascico di violenze individuali e di gruppo, pratiche di giustizia sommaria, di vendette anche per questioni private, di lotte sociali spesso cruente (non si dovrebbe dimenticare, in questo clima, vicende come quella di Portella delle Ginestre, ecc.), mescolate a fenomeni di delinquenza comune.
E’ orribile, ma ogni epoca raccoglie quello che prima è stato seminato. Ci vanno di mezzo anche degli innocenti, ma la responsabilità dell’orrore è in primo luogo di chi ha creato le condizioni perché si verificasse, in questo caso il fascismo e il nazismo. Ci sono certo anche le responsabilità individuali, di gruppo, di parte, da valutare, ma prima vengono fascismo e nazismo e la guerra che hanno scatenato. Sono loro il quadro di riferimento entro cui tanta violenza va valutata
Uno storico serio, se vuole comprendere le violenze di quel tempo, deve indagare  cosa c’è dietro le  storie individuali e private e cosa è successo, in quello stesso periodo e in quella stessa contingenza storica, in paesi che avevano vissuto, come l’Italia l’occupazione nazifascista. Senza trascurare il fatto, non propriamente secondario e non comune a tutte le nazioni europee, che il fascismo aveva esercitato la violenza dal 1919, per tutto il ventennio, imponendo una dittatura sanguinaria fino al ‘45.

Quello che scrive uno storico revisionista e moderato
«Da una guerra civile non si esce con la semplice resa degli sconfitti; a maggior ragione, quando la guerra civile è l’atto conclusivo di un periodo quasi trentennale, nel quale ci sono state le violenze del 1919-22, l’affermazione del totalitarismo, i drammi del conflitto mondiale, l’occupazione militare tedesca. Ci sono «conti aperti», che si riferiscono al periodo più recente, i combattenti partigiani caduti nella lotta di liberazione, i civili uccisi per rappresaglia o deportati nei lager, le sofferenze subite dopo l’armistizio dell’8 settembre; e ci sono conti che affondano le proprie radici nel passato prossimo e remoto, le manganellate e l’olio di ricino degli squadristi, l’emarginazione politica e civile degli oppositori, le esibizioni di onnipotenza del regime, la retorica arrogante che ha portato alla dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940, le centinaia di migliaia di giovani morti al fronte o internati in Germania, le distruzioni dei bombardamenti, il peso complessivo della guerra. Dietro  queste motivazioni di fondo, nella primavera 1945, agiscono tuttavia altre variabili di carattere politico. La volontà di rinnovamento del movimento resistenziale del Nord, dove le forze della sinistra comunista, socialista e azionista hanno un peso rilevante, deve misurarsi con equilibri generali nei quali intervengono le autorità militari angloamericane, il governo di Roma, le formazioni politiche moderate... Tutto questo ingenera negli ambienti resistenziali... la convinzione che occorra far presto: ciò che sarà possibile realizzare, in termini di contropotere e di epurazione, è legato alla rapidità con cui il movimento partigiano saprà sfruttare il crollo tedesco, insorgendo e occupando le città prima dell’arrivo delle divisioni alleate... Gli stessi comandi alleati ritengono che un’ondata epurativa, tumultuosa, ma rapida, sia lo sfogo necessario per appagare le aspettative di giustizia dei combattenti ed evitare le insidie di un’attesa frustrata.» (Gianni Oliva La resa dei conti, pag  10 e sgg.). «Il colonnello Stevens, rappresentante degli alleati in Piemonte è esplicito in un incontro con  il presidente del Cln regionale, Franco Antonicelli: «Fate pulizia in due, tre giorni, ma al terzo giorno non voglio più vedere morti per le strade» (id. pag. 12).

Attese di giustizia
Era già evidente, ai resistenti, da prima del 25 aprile, dati i comportamenti delle istituzioni statali del sud liberato dagli alleati e rimaste monarchiche e nostalgiche, assieme alla magistratura, l’esercito, la borghesia imprenditoriale e finanziaria, i commercianti, i grandi proprietari terrieri, il ceto medio, che non sarebbero stati tollerati processi che andassero a fondo per individuare e punire le responsabilità condivise con il regime fascista e durante la guerra. Non era ancora avvenuta la liberazione, quando, il 4 marzo 1945,  il criminale di guerra, generale Roatta, organizzatore e mandante anche dell’assassinio dei fratelli Rosselli e feroce devastatore  in Jugoslavia,  finito sotto processo a Roma, fu messo in condizione di fuggire dal carcere in cui era stato rinchiuso e di sottrarsi definitivamente alla pena. Inutile sottolineare che un processo di una Norimberga italiana non c’è stato e qualche motivo deve pur esserci.

Incertezza sulle cifre
I dati sulle uccisioni, le vendette, le esecuzioni sommarie, ecc., avvenute nell’immediato dopoguerra, sono stati per lungo tempo approssimativi e induttivi. E se oggi ci sono studi molto seri, circoscritti a quanto avvenuto in alcune province o città, mancano ancora studi complessivi in proposito che riguardino sia l’Italia che l’Europa. Bisogna perciò affidarsi, per parlare di queste tragedie e di questi innegabili orrori, a dati tendenziali, che però oggi trovano via via serie conferme e ormai solo minime correzioni, nelle ricerche specifiche locali.
Da questo quadro tendenziale, ricostruito da studiosi diversi per nazionalità e impostazione e metodi storico-ideologici, viene fuori che l’Italia fu una delle nazioni più “moderate” nella giustizia sommaria, nelle vendette e nelle punizioni istituzionalizzate dei collaborazionisti e tra le prime, se non la prima, a concedere loro un’amnistia quasi totale (un’“epurazione mancata” che mandò assolto un ciclo di violenze che aveva avuto inizio con lo squadrismo ed era ferocemente proseguito con la dittatura, il tribunale speciale, la ripresa della spietata guerra coloniale in Libia, la conquista dell’Etiopia con l’uso di gas asfissianti e stragi indiscriminate della popolazione, la partecipazione alla guerra di Spagna, le leggi razziali, la partecipazione alla seconda guerra mondiale, l’invasione della Grecia e della Jugoslavia, la collaborazione con l’occupazione nazista e le sue stragi, la repubblica di Salò, la lotta alla Resistenza).

Violenze e giustizia in Francia
In Francia, dopo quattro anni di occupazione nazista, si calcola che siano stati uccisi sommariamente, dal luglio ‘44, dalla liberazione del paese, alla metà del ‘46, circa 20.000 collaborazionisti, mentre gli studi più recenti e seri parlano, per l’Italia, di meno di 10.000 vittime. Mirco Dondi ne’ “La lunga liberazione”, elaborando e incrociando i dati delle statistiche sanitarie e quelli delle statistiche giudiziarie dell’epoca, relativi a tutte le morti per omicidio, è arrivato a calcolare  la cifra delle uccisioni “successive alla liberazione e determinate dalla guerra civile, in 9911”.
Sempre in Francia, si valuta che siano stati giustiziati, a seguito di verdetto emesso da un tribunale, 791 seguaci di Petain (ma gli studi più recenti e più attendibili parlano di una cifra più che doppia, intorno ai 1600); le condanne a morte però erano state 7.037.

Italia: 91condanne a morte eseguite
In Italia, sono stati condannati a morte, da un tribunale regolare, 455 fascisti (anche in questo caso però, studi recenti  e più precisi rivedono questa cifra al rialzo e stimano tra le 500 e le 550, le condanne alla pena capitale); ma quelle effettivamente eseguite, furono “solo” 91. Un orrore anche queste, ma niente a che vedere con la durezza dei gaullisti francesi e con quanto avevano fatto in precedenza fascisti e nazisti. Per chiarire con un altro esempio numerico: solo a Torino (il Piemonte moderato dove le formazioni autonome e monarchiche avevano una presenza molto forte e non l’Emilia rossa,  è stata la regione in cui sono avvenute più eliminazioni sommarie, nell’immediato dopoguerra), tra l’8 settembre ‘43 e la liberazione, vennero fucilati e impiccati 282 antifascisti e altri 132 morirono negli scontri a fuoco. E solo nei pochi giorni dell’insurrezione,  in alta Italia, fascisti e nazisti uccisero almeno 4000 partigiani.
In Francia, i petainisti condannati a pene minori furono 124.613; per circa 70.000 venne decretata l’indegnità nazionale. Anche in questo caso si tratta di cifre probabilmente più basse della realtà. I processati furono più di 160.000. Tra venti e trentamila funzionari pubblici, tra cui tutti i prefetti, vennero licenziati o  retrocessi.  La Renault che aveva prodotto carri armati per la Germania fu confiscata e trasformata in azienda pubblica, come varie altre aziende. Molti intellettuali dovettero fuggire all’estero e nascondersi, alcuni, certo con responsabilità infinitamente minori di quelle di un Gentile, dopo un processo, furono giustiziati o condannati  alla galera. I tribunali furono inflessibili anche nei confronti degli ufficiali e degli appartenenti alla Milizia. I collaborazionisti vennero esclusi dagli albi professionali e l’amnistia arrivò in Francia, solo nel ‘53.

L’amnistia in Italia
In Italia la prima amnistia, quella  Togliatti, venne emanata il 22 giugno 1946, venti giorni dopo il referendum monarchia-repubblica, nel ‘46, escluse di fatto la punibilità di tutti i crimini fascisti del ventennio (il generale Roatta per rifarsi all’esempio portato sopra, nonostante la condanna in contumacia all’ergastolo per l’assassinio dei fratelli Rosselli, venne amnistiato; il gerarca Renato Ricci, non venne mai processato per i delitti compiuti da squadrista anche se gli si attribuiva la responsabilità di almeno 40 assassinii di antifascisti) e, in concreto, anche di quasi tutti quelli  avvenuti durante la guerra e la Repubblica di Salò. Le maggiori , veementi proteste e reazioni contro l’ampiezza dell'amnistia vennero dai partigiani  piemontesi delle zone democristiane come Cuneo e l’Alessandrino, dove i partigiani erano stati soprattutto monarchici e autonomi. Comunque sia, i fascisti condannati per il periodo saloino  furono 5928, ma tra condoni e amnistie ne tornarono anticipatamente in libertà, quasi subito, 5328.
I collaborazionisti francesi invece vennero chiusi e trattenuti per lungo tempo in campi di concentramento, controllati da partigiani gaullisti, dove venivano persino frustati. Coltano, vicino a Pisa, indubbiamente un campo di concentramento duro per fascisti, fu gestito prima dagli alleati, poi dagli italiani che in meno di due mesi rilasciarono quasi tutti i fascisti. Il 1 novembre 1945 era già chiuso. L'indignazione per il ritorno a casa in massa di interi pullman di reduci di Salò amnistiati e liberati da vari campi, determinò, purtroppo, in tempi diversi, reazioni violente e vittime.

Più giustizialista la Francia
In Francia  i partigiani avevano deposto, ufficialmente, le armi, il 28 ottobre 1944, ma uccisioni, sequestri, vendette nei confronti dei collaborazionisti scomparvero quasi completamente, solo a metà del 1946. Tutti i dati numerici indicano quindi che il periodo post-liberazione, in Francia, ha prodotto, nonostante il predominio moderato gaullista, violenze più ampie e durature che in Italia. Ma nessuno, neanche le destre, in Francia, penserebbe oggi di dover criminalizzare i resistenti, per quanto avvenne in quel periodo o di rivalutare ed equiparare i petainisti ai partigiani e Vichy alla Resistenza, per il fatto che da tutte e due le parti ci furono violenze.

Belgio
In Belgio, con meno di un quinto di abitanti rispetto all’Italia, i collaborazionisti passati per le armi, immediatamente e senza processo, subito dopo la liberazione, furono moltissimi. 57.000 di loro (dieci volte di più che in Italia) vennero condannati a varie pene  e 238 vennero fucilati, dopo un processo. Giornalisti, avvocati, professionisti, funzionari pubblici,  ecc., che avevano collaborato con gli invasori furono cacciati dai loro albi professionali e dai loro posti di lavoro. Questa cifre diventano ancor più significative, in un raffronto con quanto avvenuto in Italia, se si considera che la popolazione del Belgio era molto meno numerosa di quella italiana.

Danimarca
In Danimarca (un decimo della popolazione italiana), dopo il periodo delle esecuzioni sommarie,  si ebbero 78 condanne a morte, di cui 45 eseguite; 15.724 rinviati a giudizio di cui 14.127 condannati; 9.737 danesi persero i diritti civili per un certo periodo e 2936 a vita.

Lussemburgo
In Lussemburgo si ebbero 10.000 arrestati su una popolazione di 270.000 persone.

Norvegia
In Norvegia si eseguirono 35 condanne a morte e gli arrestati furono 60.000.

Olanda
In Olanda ci furono 200.000 arresti; 11.000 condanne al carcere. 38 condanne a morte eseguite su 200  e moltissime esecuzioni sommarie. A 60.000 collaborazionisti venne tolta la  cittadinanza.
E l’enumerazione potrebbe continuare a lungo, estendendosi alla Grecia, alla Jugoslavia, a tutto l’est europeo e a quanto fatto e programmato dagli alleati in Germania (o si vuol dimenticare i processi di Norimberga?).

Dimensione internazionale della violenza e della giustizia sommaria
Questa contabilità giudiziaria e lugubre, sia pure così sbilanciata a favore della “mitezza” degli italiani e dei partigiani italiani e comunisti, è scontato che non giustifica ingiustizie, condanne a morte, esecuzioni sommarie, vendette,  linciaggi, tutte le storie terribili e barbariche che pure ci furono, ma la dimensione generalizzata e internazionale di questo tipo di violenze postbelliche, istituzionalizzate o meno, dimostra, se ce ne fosse bisogno, che non rispondevano a un progetto delle sinistre e del Pci di conquista del potere e non erano neppure il risultato indiretto di un’ideologia socialmente rivoluzionaria, ma il prodotto di una transizione faticosa, difficile e contraddittoria dalla guerra, anche civile che aveva coinvolto tutta l’Europa, alla pacifica convivenza. In altre parole non ci fu, come vuol far credere una vulgata antiresistenziale di lunga data, una specificità delle sinistre italiane nell’uscita dalla guerra e dalla dittatura fascista.  Al contrario, là dove i comunisti e le sinistre erano più forti e centrali nella resistenza, come in Italia, riuscirono, grazie alle loro organizzazioni e alla loro linea politica e ideale,  a limitare fortemente le violenze individuali e i regolamenti di conti personali post-liberazione. I dati statistici lo dimostrano.

Assoluzione dei criminali fascisti
Semmai - ma è discorso che porterebbe lontano e non è il caso di fare qui -  ci fu una specificità della destra italiana  nell’uscita dalla guerra, tutta giocata sull’anticomunismo e la guerra fredda, che favorì l’assoluzione di quasi tutti i criminali responsabili del fascismo, dello squadrismo, della dittatura, delle leggi razziali, della guerra, della repubblica di Salò, delle stragi, della deportazione di ebrei e lavoratori italiani e, per contrario, la criminalizzazione e persecuzione di moltissimi partigiani.

Persecuzione dei resistenti
Molte migliaia di resistenti, negli anni successivi alla liberazione e fin quasi alla fine degli anni ‘50, conobbero forme diverse e diffuse di criminalizzazione, discriminazione e marginalizzazione, anche per quanto riguarda il lavoro. Alcune migliaia vennero chiamati a rispondere in tribunale delle loro attività di resistenti  e spesso dovettero affrontare lunghi periodi ci carcere preventivo, prima di ottenere l’assoluzione. Ma furono anche molti, intorno ai 1500, quelli che subirono condanne più o meno gravi, spesso comminate con grande superficialità, severità, accanimento e desiderio di vendetta da parte dei giudici, rimasti in gran parte fascisti e reazionari, sempre così scrupolosi e attenti invece a trovare attenuanti e motivi per assolvere  gli ex fascisti.
Non si deve neanche dimenticare che molti criminali nazisti e fascisti, datisi alla latitanza, vennero protetti in Italia e fatti emigrare con nomi falsi in sudamerica anche quando erano già stati condannati dai tribunali militari in Germania. Forse la sfiducia di tanti resistenti nella volontà delle istituzioni italiane  di rendere giustizia alle vittime dei crimini fascisti, non era dl tutto ingiustificata.

Sintetizzando, nessuno nega che ci siano state forma di giustizia sommaria, vendette private, linciaggi efferati, terribili e condannabili, subito dopo la liberazione e nessuno pretende di giustificarli col fatto che sono stati meno gravi e diffusi che in altri paesi europei, ma per scriverne la storia occorre considerarli all’interno di un quadro complessivo quantomeno europeo e inserirli nell’arco temporale almeno  dei venticinque anni precedenti.  Ma se specificità italiana nella transizione c’è stata, questa si è manifestata in senso opposto a quel che propaganda l’opinione di destra e postfascista corrente:  fu l’anticomunismo che puntò fin da subito a criminalizzare e screditare la resistenza e i partigiani, mentre i comunisti e le sinistre italiane operarono, di norma, a torto o a ragione, per riportare ordine e legalità nel caos violento della transizione e per limitare quanto più possibile proprio la violenza selvaggia e il fai da te della giustizia sommaria.

La violenza è sempre una tragedia
Di per sé la soppressione violenta di una vita deve suscitare orrore, indipendentemente dalla collocazione politica o dai crimini commessi dalla vittima, ma guerre e violenze hanno delle cause e mettono in moto passioni, sentimenti e reazioni spesso incontrollabili che producono effetti terribili e barbarici, che in tempi normali non ci sarebbero stati. La storia deve prenderne atto e non può  permettersi di separare gli effetti dalle cause, le reazioni dalle responsabilità di chi le ha suscitate.
Non c’è equivalenza tra chi ha perso la vita lottando per la libertà di tutti e chi, anche personalmente in buona fede, l’ha persa per difendere e perpetuare l’oppressione nazifascista e lo stato razziale e non c’è equivalenza neanche tra le responsabilità di chi, nel dopoguerra è stato incapace di deporre le armi e di chi quelle armi gliele ha messe in mano e l’ha educato, senza possibilità di alternative, per venti anni, a uccidere, a fare violenze e a disprezzare i propri avversari; di chi d’impulso si vendica dei torti immani subiti e di chi quella barbarie l’ha predicata, insegnata, imposta con la forza e praticata a livelli tecnologici e scientifici mai immaginati prima.
E’ questo che, alla fine, va compreso, che se si educa alla violenza e la si esercita per decenni (per il popolo italiano va considerato un ciclo più che trentennale, dal ‘14 al ‘45, o meglio, dalla guerra coloniale di conquista della Libia, iniziata nell’11), non ci si può lamentare se non se ne esce da un giorno all’altro.
(Non è difficile accedere ai dati sopra riportati, perchè sono tutti reperibili consultando e confrontando qualche buon libro di storia, anche revisionista. Ne indico alcuni, tra quelli che mi sono serviti per stendere questa nota e che sono normalmente  presenti in qualsiasi biblioteca di provincia e tutti di editori noti: Aa Vv, Storia, verità, giustizia, Bruno Mondadori; Cesare Bermani, Il nemico interno, Odradek; David Bidussa. Il mito del bravo italiano, Il Saggiatore; Christopher Browning, Uomini comuni, Einaudi; Gino Cerrito, Gli anarchici nella resistenza apuana, Pacini Fazzi; Guido  Crainz, Il dolore e la collera; Angelo Del Boca, Italiani brava gente? Neri Pozza editore; Costantino Di Sante, Italiani senza onore, Ombre Corte; Mirco Dondi, La lunga Liberazione. Ed. Riuniti; Gianni Oliva, La resa dei conti, Mondadori; Leonardo Paggi, Le memorie della Repubblica, La nuova Italia; Robert O. Paxton. Vichy, Il Saggiatore; Raoul Pupo, Il lungo esodo, Rizzoli; Gianpasquale Santomassimo, Antifascismo e dintorni, Il Manifesto; Tom Segev, Il settimo milione, Mondadori; Massimo Storchi, Combattere si può, vincere bisogna, Marsilio; ecc.).

Anche gli ebrei
Ma sul clima di violenze e vendette diffuso dopo la seconda guerra mondiale e durato per alcuni anni, dicono molto anche altre storie.
Abba Kovner, superstite del ghetto di Vilnius, subito dopo la fine della guerra, assieme ad altri resistenti ebrei, costituì una “banda di vendicatori”, nel tentativo di dare attuazione  a un’idea nata tra i partigiani ebrei ucraini e a un sentimento di vendetta sempre più diffuso nel mondo ebraico, via via che si andavano diffondendo le notizie sui campi di sterminio.
Ma già qualche tempo prima l’Irgun, in Palestina, aveva prospettato battaglioni di vendicatori «che rinnoveranno la tradizione della vendetta dei tempi di Sansone”: la redenzione per mezzo del sangue». «L’Irgun della terra di Israele si vendicherà dei tedeschi ovunque essi si trovino... Un Dio geloso e vendicatore sarà al nostro fianco». «Se avessimo trovato  le persone e avessimo avuto i mezzi, avremmo fatto una cosa sola: ci saremmo vendicati. In noi, in quel momento, non c’era l’impulso, a costruire, ma la voglia di distruggere, distruggere tutto quello che potevamo, quanto più potevamo» (Tzivia Lubetkin, uno dei capi sopravvissuti all’insurrezione del ghetto di Varsavia, in Tom Segev, cit.). «La distruzione non era intorno a noi. Era dentro di noi... Non immaginavamo di poter ritornare alla vita, né di avere diritto di farlo, di venire nella Terra di Israele, di mettere su famiglia, di alzarci al mattino e lavorare come se ci fossimo pacificati con i tedeschi» (Abba Kovner, id.).

Una vendetta da sei milioni di morti
Per pacificarsi con i tedeschi sarebbe stata necessaria - si pensava e progettava  - una vendetta  pari all’offesa. Per sei milioni di ebrei assassinati nei campi di sterminio, si sarebbero dovuti perciò  uccidere sei milioni di tedeschi.
A questo scopo la banda dei vendicatori si propose di avvelenare gli acquedotti di Amburgo e Norimberga. Alcuni di loro si infiltrarono nelle aziende che li gestivano e prepararono un piano di avvelenamento accurato (che prevedeva, ad esempio, la chiusura delle condotte che portavano acqua ai quartieri abitati da ufficiali americani), mentre Kovner andò in Palestina per trovare appoggi al piano e per procurarsi il veleno necessario. Senza entrare nei particolari, il veleno venne trovato assieme a molti contati ufficiali e la protezione dell’Haganah, ma Kovner venne arrestato dagli inglesi prima di arrivare in Germania e il veleno andò perduto.

2000 tedeschi avvelenati
I vendicatori decisero di attuare allora un piano di ripiego e con altro veleno, cosparsero, nottetempo, il pane della panetteria che riforniva un campo profughi vicino a Norimberga. Non ci furono morti, forse per la scarsa efficacia del veleno, ma 2000 internati rimasero intossicati anche in modo grave.

Giustizia sommaria dopo la guerra
Un altro piano venne elaborato e attuato all’interno della Brigata Ebraica (quella che è stata contestata, mescolando storie diverse che devono invece restare separate,  il 25 aprile di quest’anno a Milano ndr) che operava tra Italia e paesi tedeschi e che, tra l’altro, aveva aiutato la banda di Kovner a procurarsi il veleno per la panetteria.
I suoi membri, tra le altre iniziative prese, misero in piedi un’organizzazione che andava a caccia  di membri della Gestapo e delle SS nelle zone di confine in l’Italia e in Germania, dopo essere entrati in possesso di un elenco dettagliato di nazisti, fornito loro da un membro della Gestapo. Vestiti con le uniformi della Polizia militare inglese, «si presentavano a casa della vittima designata a bordo di un camion militare con la targa coperta di fango”, la invitavano a seguirli, «poi la conducevano in un luogo appartato, dichiaravano la propria identità e la fucilavano”. A volte la vittima veniva afferrata per la gola, da sopra il camion da due giustizieri che, buttandosi all’indietro di colpo, gli spezzavano all’istante l’osso del collo. I cadaveri venivano poi fatti sparire, inumandoli, senza indicazioni di nessun genere, in luoghi fuori mano.

Un lungo periodo di criminalità comune
Ogni passaggio dalla guerra alla pace conosce, sia presso i vincitori che presso i vinti, anche un periodo più o meno lungo, di forte crescita della criminalità comune. Un fenomeno che si manifesta ad esempio, negli Stati Uniti, tra i giovani, che pure non hanno visto la guerra in casa loro e in Gran Bretagna, nonostante la vittoria. I motivi sono tanti e diversi, anche a seconda delle nazioni. Comuni denominatori possono essere la minor sensibilità di fronte all’uso della violenza, l’educazione ad uccidere e a sopravvivere ammazzando chi si ha di fronte, le crisi economico-sociali, ecc.
In Italia, a questi fattori, si aggiungono anche la scarsa capacità di controllo del territorio da parte delle istituzioni post belliche, la grave crisi sociale ed economica, le attese di giustizia nei confronti dei responsabili della dittatura e della guerra, che vengano immediatamente sabotate dal nuovo establishment, il reducismo di saloini e di partigiani.
Ha scritto Mirco Dondi: “La scarsa visibilità delle istituzioni e dello Stato provoca un diffuso ritorno allo stato di natura dove sembra vigere le legge del più forte. ... L’ampiezza del fenomeno e i soggetti che ne sono autori, rendono l’illegalità  e la delinquenza  una piaga sociale di  vaste proporzioni che attinge la sua manodopera da ogni classe sociale. Proprio la spinta giunta dal conflitto rende, ai suoi esecutori, scontate e abitudinarie le azioni violente” (op. cit.).

Chi non si riadattò alla pace?
Chi sono i protagonisti di questo lungo dopoguerra di violenze e illegalità, politiche e anche di delinquenza comune? Ex combattenti fascisti, ex combattenti partigiani di tutte le correnti ideologiche e politiche (i partigiani democristiani consegnarono le armi solo nel ‘48), elementi delle forze dell’ordine (polizia e carabinieri), le truppe degli occupanti (americani, inglesi, polacchi), disoccupati e delinquenza comune (id).
Se non si vuole parlare in astratto delle violenze di quel periodo bisogna aver chiari il contesto in cui si sono verificate e la grande differenza che c’è tra la violenza fascista e saloina e le violenze post-guerra di partigiani e antifascisti. Quella fascista era stata organizzata a livello finanziario, industriale e istituzionale, programmata, legalizzata e protetta dalle istituzioni, durante il ventennio e poi promossa e potenziata dai nazifascisti durante la Repubblica di Salò. A Salò, fu sistematicamente praticata la tortura, feroce e sadica,  e la violenza ebbe come obiettivo, in modo indiscriminato, la popolazione non combattente; nelle rappresaglie vennero colpiti, senza distinzioni soprattutto i civili, anche i bambini, i neonati e i nascituri, i vecchi, le donne, i malati, che non avevano responsabilità nella guerra e nella lotta partigiana.
Le violenze dei partigiani, subito dopo la fine della guerra, erano invece iniziative individuali o di piccoli gruppi, al di fuori delle direttive del Cln, dei partiti e delle istituzioni e avevano in genere, come scopo, la punizione diretta dei responsabili, grandi e piccoli, dell’oppressione e delle violenze fasciste durante il ventennio e la repubblica di Salò,  perchè era impressione diffusa, come si è detto, che le istituzioni non avessero intenzione di rendere giustizia alle vittime della dittatura. La conferma veniva dall’esempio negativo del sud, dove, dopo l’8 settembre ‘43, i fascisti erano sostanzialmente rimasti impuniti e al potere, alleati e protetti da Badoglio.

La cultura della violenza sopravvive al fascismo
La rielaborazione del lutto, dell’odio, delle violenze subite, delle memorie dolorose, richiedono tempi molto lunghi, più lunghi anche di intere generazioni. Sarebbe interessante analizzare l’uso della terminologia di violenza che sopravvive, anche a livello di qualità retorica, nelle relazioni e nei documenti delle varie formazioni partigiane di ogni colore0, durante e subito dopo la liberazione. Penso che sia indice di un diffuso ed esibito sentire comune, sopravvissuto al fascismo e alla guerra - ma che ha in questi le sue radici -, di cui non è avvertito il contrasto con i programmi e gli ideali resistenziali di liberazione, di rispetto dell’uomo e dei suoi diritti fondamentali e di radicale cambiamento della società.
Ancora almeno fino all’estate del ‘45, del resto, anche le forze moderate e liberali del Cln, consideravano le violenze postbelliche come inevitabili conseguenze del ventennio e della guerra.
La “pietà”, che mancò spesso e tragicamente nel dopoguerra,  molto più nelle parole però che nei fatti, non era comunque “morta” il 25 aprile ‘45, ma molto prima, il 28 ottobre 1922, e, di nuovo  il 20 giugno 1940, l’8 settembre 1943, ecc.

Memorie inconciliabili
Le violenze partigiane del dopoguerra, per quanto condannabili, appaiono del tutto marginali  se raffrontate ai milioni di morti dei campi di sterminio, delle stragi nazifasciste e della guerra voluta dai nazisti e dai fascisti, e utilizzarle, oggi, per chiedere l’equiparazione saloini e partigiani ha solo un valore propagandistico e ideologico, è  solo un pretesto retorico per condannare di fatto la resistenza in quanto “comunista”, “di sinistra” e “di classe” e quindi per limitare la partecipazione democratica, lo stato sociale, la Costituzione. Si vuole discreditare la resistenza, per screditare la Costituzione che sarebbe sovietica, per le destre, in quanto alla sua elaborazione e scrittura hanno contribuito le forze politiche affermatesi nella lotta partigiana, cioè i comunisti. E’ questa un’ossessione strumentale delle destre  che vogliono ridurre la Resistenza a movimento comunista. Indubbiamente i comunisti sono stati tra i più attivi durante la lotta alla repubblica di Salò e ai nazisti e quelli che hanno pagato di più in termini di morti,  ma la resistenza non fu affatto solo comunista, fu anche azionista, socialista, democristiana, cattolica, anarchica, liberale, monarchica, dei militari, degli internati nei campi di concentramento in Germania, ecc. Viene in mente l’inizio del Manifesto del Partito Comunista. “Uno spettro si aggira per l’Europa”. Per le destre “lo “spettro” della resistenza è il comunismo, sono loro che alimentano il mito del comunismo onnipresente e onnipotente. E se lo considerano, ancora oggi che  non c’è più in Italia, l’origine di tutti i mali della resistenza e della mancata pacificazione con i fascisti,. Non è che a loro interessi effettivamente la pacificazione, ma lo stravolgimento in senso autoritario e antidemocratico della Costituzione e della vita politica italiana. Perchè per i singoli saloini e fascisti, in “buona fede” e anche per quelli in malafede, per i criminali di guerra, i torturatori, i fucilatori di civili inermi e di bambini, i rastrellatori di partigiani, i complici dei nazisti nelle stragi che hanno insanguinato la nostra provincia, ecc., la pacificazione è già avvenuta settant’anni fa, con la prima amnistia di Togliatti, con la chiusura vergognosa degli armadi della vergogna, con le sentenze compiacenti di una magistratura rimasta fascista, con le opportunistiche necessità “anticomuniste, antirivoluzionarie e antisociali” della guerra fredda, che impedirono una Norimberga italiana. Se invece per “pacificazione nazionale” si intende la costruzione di una “memoria condivisa” e l’equiparazione delle due parti perchè ci sarebbero state violenze efferate da tutte e due le parti, si scade nella farsa.  I singoli hanno diritto a non essere stigmatizzati o inchiodati ai loro errori per tutta la vita, specie se giovani, ma il giudizio storico e politico deve restare invece nettissismo e non pacificabile. Chi scelse Salò, scelse -  volesse” riscattare la patria”, o “punire i traditori”, fosse in buona o mala fede -, la barbarie e la disumanità. E di questo può solo accusare il regime fascista per il culto della violenza a cui aveva educato le giovani generazioni, per il coma morale profondo in cui erano vissute fino al 25 luglio. Su questo terreno non ci sono conciliazioni possibili, non ci possono essere memorie condivise, perché  libertà, rispetto della persona e democrazia non sono conciliabili né pacificabili col totalitarismo, la brutalità, la persecuzione degli avversari politici, le stragi.

Anche azionisti, socialisti, democristiani ...
Va ripetuto che la Resistenza non fu solo militare e neanche solo comunista, ma giellina, monarchica, autonoma, anarchica, cattolica, di milioni di uomini e donne  rimasti anonimi, che si rifiutarono di servire i fascisti e i nazisti e opposero una resistenza  quotidiana, fatta di solidarietà per chi combatteva il nazifascismo, di piccoli sabotaggi al funzionamento della macchina bellica degli occupanti, di disobbedienza minuta, di aiuto ad ebrei e ricercati, di militari che non aderirono a Salò, di preti e suore che nascosero nei loro conventi e nelle loro chiese migliaia di ebrei e antifascisti, di renitenti  alla leva, di militari alleati fuggiti dai campi di concentramento fascisti e, dopo la guerra ,non ci furono solo dei comunisti che non vollero deporre le armi  ma anche gli azionisti, i socialisti, i democristiani e gli appartenenti ad altre formazioni minori, anche se i partigiani comunisti furono i più presenti nelle cronache giudiziarie del tempo, come lo erano stati davanti al tribunale speciale. Furono da subito, dopo la guerra, più perseguitati di altri dalle forze dell’ordine repubblicane  come erano stati - non lo si può negare - di gran  lunga i più numerosi nelle galere e nei confini fascisti e nell'organizzazione della resistenza armata. Ma era soprattutto in atto, in quegli anni, uno scontro di classe durissimo, anche nelle campagne oltre che nelle fabbriche, che li vedeva tra i protagonisti.
Perchè nella ricostruzione della storia delle violenze di questi anni non si tiene conto anche delle migliaia e migliaia di lavoratori, operai, mezzadri e braccianti, repressi, bastonati, incarcerati, uccisi dalle forze dell’ordine in questo periodo (non era violenza anche questa?) e della campagna antipartigiana iniziata qualche mese dopo il 25 aprile 1945 e diretta a screditare la Resistenza e le forze politiche  che più la rappresentavano, per sbarrare la partecipazione politica delle classi subalterne che si erano conquistati questo diritto con il sangue versato durante la resistenza?

Lo scandalismo degli ipocriti
Solo gli ipocriti possono scandalizzarsi che ci siano stati, in un movimento, popolare e di massa, che nasceva dalla opposizione a una dittatura, a una guerra e a un'occupazione violentissime, errori e anche crimini; a quelle generazioni non fu dato di scegliere e di vivere in un clima di serenità, distacco, ordine e ragionevolezza, ma nella violenza necessaria a opporsi alla schiavitù e alla passività. I tempi erano quelli e non altri. Anche se va considerato un errore, dopo, che si sia tentato di nascondere i lati negativi, le pecche, infinitamente minori dei meriti, di questo grande movimento popolare di massa, spesso spontaneo e spontaneistico, caotico e senza una sicura direzione politica e organizzativa. Non c’era bisogno di nascondere niente, perchè è nel magma di quel movimento di massa, e quindi anche dei suoi tragici errori ed eccessi che si è venuta definendo, concretamente, già nel corso della lotta di liberazione, l’identità della nostra repubblica come antifascista, democratica egualitaria, solidaristica, fondata sul lavoro e socialmente giusta.  Almeno fino ad ora e per ora.

*da vari numeri dell’ecoapuano 1996 - 1998



Site Map